Guardati nelle tasche, e dimmi cosa trovi.

Un fazzoletto, degli spiccioli, un accendino forse, e le sigarette. Una penna e lo scontrino di un bar, dei fili di tessuto e le chiavi di casa.

E poi probabilmente il portafoglio, la carta di credito e la custodia degli occhiali, se li porti.

Ora pensa di camminare per strada, una strada che conosci bene perché è quella che ogni sera percorri per tornare a casa, una strada né lunga né corta, una strada né buia né luminosa, una strada di periferia che va dalla stazione del treno fino alla piazza di fronte alla palazzina dove abiti.

Supponi di percorrere i primi dieci, venti metri, pensando ai fatti tuoi come al solito, una mano in tasca e l’altra che tiene la sigaretta che hai acceso appena uscito dalla stazione, automaticamente, così come automaticamente i tuoi piedi ti trascinano verso casa, e che ad un certo punto incontri un ostacolo, una parete di metallo dove fino a questa mattina c’era il marciapiede.

Ci sbatti contro, la urti con il gomito e magari anche con la testa, graffiandoti il naso e sporcandoti la giacca, già non troppo pulita di suo.

Cosa fai, dopo aver ripreso l’equilibrio per non cadere? Cosa fai, dopo esserti grattato la testa come nei film e dispiacendoti per non avere un cappello, ma subito dopo rallegrandoti perché altrimenti ti sarebbe caduto a terra proprio nella pozzanghera scura dove ora hai i tuoi piedi?

Inizi a guardarti intorno, ci scommetto, per guardare se per caso questa sera i tuoi piedi e la tua memoria ti avessero tradito, ti avessero condotto in tutt’altra direzione, magari distratto da qualche riflesso su una vetrina, o da un pensiero riflesso nel cervello.

Cercherai sicuramente di riandare con la memoria a quando sei uscito dalla stazione, da dove magari hai preso una strada laterale pensando ad esempio di passare al bar a bere qualcosa prima di rientrare nella tua casa, ed esserti perso in qualche vicolo.

Proverai a convincerti di essere tu a sbagliare, che una parete di metallo non può nascere dalla mattina alla sera così, senza motivo. E’ stata costruita proprio in mezzo alla strada, e quella è proprio la strada né lunga né corta, né buia né illuminata che ogni sera, dal lunedì al venerdì fa compagnia ai tuoi piedi mentre ti portano verso casa.

Riconosci la parete dell’ufficio del comune, con le finestre sporche, chiuse e buie, l’immagine di una madonna dipinta sulla parete di cemento, le scritte contro lo stato e contro la squadra di calcio, riconosci tutte quelle cose insomma che la sera ti accompagnano senza nemmeno che tu te ne accorga.

Intanto i lampioni si spengono come le candele in chiesa, quando il sagrestano passa con la campana di ferro a togliere loro l’ossigeno ed una per volta muoiono in un filo di fumo, si spengono una per volta lasciandoti al buio.

Uno strano solletico sul naso, e logicamente pensi che l’urto ti abbia fatto uscire del sangue, ma quando provi a toccarti ti accorgi di avere come un velo addosso, un velo di stoffa leggera e trasparente, un velo bianco che sfuma quel poco che traspare al di là della parete di metallo.

Allora ti viene un dubbio, un dubbio atroce.

Ti tasti il polso ma non senti il battito, e d’improvviso provi freddo, un freddo strano che proviene non dai piedi e nemmeno dalle mani, ma direttamente dal tuo cuore.

Ti porti una mano sotto la camicia, cercandoti il petto, e quando la appoggi fredda come ghiaccio sulla carne, non senti alcun rumore, alcun movimento.

Giri la testa, ma solo a grande fatica puoi ancora fare pochi movimenti, ti accorgi di essere sdraiato, sotto di te del metallo freddo come quello che vedi davanti agli occhi.

Che vedevi, anzi, prima di chiuderli.

L’ultimo movimento che riesci ancora a fare è muovere la mano, ti frughi di nuovo dentro le tasche, e ritrovi tutto quel che avevi prima, gli spiccioli, l’accendino, le sigarette, persino i fili di tessuto.

E ora sai benissimo, povero stronzo, che sono le uniche cose che ti porterai all’inferno.

[pubblicato originalmente il 21 novembre 2008]

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